Vivere con gli animali – Le conferenze di Cheese

A Cheese da diverse edizioni insistiamo sul tema del benessere degli animali. Torniamo a farlo anche quest’anno, prendendo in considerazione aspetti come l’alimentazione, gli spazi, le mutilazioni, il pascolo.

Fra i relatori della conferenza Allevare gli animali o vivere con gli animali, sabato 16 settembre alle 17, anche Jocelyne Porcher, sociologa all’Institut national de la recherche agronomique (Inra) e autrice del libro Vivere con gli animali – Un’utopia per il XXI secolo, recentemente pubblicato da Slow Food Editore.

È proprio dalle pagine di questo libro che prendiamo in prestito alcuni passaggi per introdurre l’argomento. Buona lettura.

La Salers è una razza rustica, nota per l’elevata attitudine riproduttiva e per il forte istinto materno, peculiarità che la rende la migliore delle madri: la mungitura infatti è possibile solo in presenza dei vitelli. Nel corso dei secoli gli allevatori si sono adattati a questa particolarità della Salers, mettendo a punto un sistema di allevamento specifico noto come Système Traditionnel Salers.

«I risultati della “modernizzazione”, che è stata di fatto un processo di industrializzazione, sono visibili oggi: l’allevamento è messo alla gogna, fatto imprevedibile solo pochi anni or sono. Centinaia di razze animali sono scomparse, annientate dalla specializzazione. Molti allevatori di bovini, educati nel culto della razione mais-soia, sono incapaci di riportare le loro vacche nei prati perché non sanno più come nutrirle con l’erba. Allo stesso modo, la maggioranza degli allevatori di suini, come ho potuto constatare con i miei occhi, ignorano che i maiali pascolano e digeriscono l’erba.

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Il dono della buona vita
Il dono della buona vita non è una regola del lavoro che si insegna nelle scuole di agricoltura. […] La stragrande maggioranza degli allevatori e dei salariati che ho incontrato, anche nel contesto di sistemi industriali, e quale che sia la specie in questione, considera che la buona vita, per gli animali, consista prima di tutto in un rapporto con il mondo al quale appartengono, vale a dire la natura. […] Dare loro una buona vita equivale, in qualche modo, a dare accesso a ciò che a loro appartiene: il suolo, l’erba, il sole, la pioggia, il canto degli uccelli, il vento, la neve… un intero mondo di sensazioni e di esperienze che fanno sì che un individuo esista.

L’accesso al mondo naturale va di pari passo con la libertà di movimento, con i legami sociali, la diversità alimentare, la possibilità di esprimere i comportamenti della propria specie (frugare il suolo per un maiale, pascolare…), la possibilità di esprimere la propria vitalità (correre, combattere, giocare, contemplare…). Il dono della buona vita comincia con il donare agli animali un ambiente in cui possano vivere la propria vita. Per le vacche come per le scrofe o per il pollame, il rapporto con la natura, nei prati, nei boschi o sui sentieri è molto importante. Per gli animali tutto questo ha una funzione salutare ma anche una funzione alimentare. Il pascolo è una parte essenziale nell’alimentazione delle vacche che, in un prato naturale o complesso, possono esercitare una scelta selettiva delle piante e «mangiare quello che piace a loro». […] I rapporti tra animali sono poi una componente fondamentale per il sistema. Le vacche, le scrofe, le pecore… sono animali sociali; è dunque importante permettere loro di stabilire delle relazioni. Tali relazioni si articolano con quelle esistenti tra l’allevatore e i suoi animali. L’allevatore ha un rapporto di lavoro con la mandria, poi ha un rapporto con le singole vacche, come un insegnante ha rapporti con la classe e con ogni alunno in particolare. L’analogia pedagogica è spesso utilizzata dagli allevatori che rappresentano il loro lavoro con gli animali come una forma di educazione. […] La buona vita implica un rapporto autonomo con il mondo della natura ma anche una protezione da parte dell’allevatore, il che di fatto permette agli animali di vivere nella natura senza essere soggetti alle sue costrizioni. La buona vita di un animale da allevamento non è uguale a quella di uno “selvatico”.

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I produttori del Presidio del caciofiore della campagna romana allevano pecore prevalentemente di razza Sarda e Comisana, con una presenza minima di meticce, Massesi e Sopravvissane e, in una parte dell’anno, le lasciano libere di pascolare in quello che resta dell’agro romano, un tempo fitto di greggi che qui svernavano in attesa di trasferirsi in estate sulle montagne d’Abruzzo. L’alimentazione non prevede l’utilizzo di foraggi insilati e di prodotti derivanti da coltivazioni Ogm. Ph. Alberto Peroli

La buona vita è anche il coinvolgimento degli animali nel mondo del lavoro, i rapporti con gli umani. La relazione che si stabilisce è un arricchimento perché gli animali richiedono legami. La parola e la carezza sono i primi vettori di tali legami. La maggioranza degli allevatori parla con le bestie e non si tratta di parole al vento, ma di parole rivolte a un interlocutore. Al mattino sono rivolte al gruppo: «salve, ragazze!», quando è il momento di uscire: «forza, andiamo»; quando si rientra: «allora, mangiato bene?»; la sera: «a domani», e a ciascuna nel corso della giornata: «vieni, bella», «lascia passare», «basta con i dispetti». E, contrariamente a quanto spesso viene detto sul silenzio o la mancanza di parole degli animali, gli allevatori hanno la sensazione che il loro mondo sia molto espressivo. Gli allevatori parlano, ma gli animali dicono continuamente cose. Si esprimono a loro modo: belati, muggiti, grugniti e linguaggio del corpo, in modi che si adattano alle situazioni. Gli animali parlano tra loro e parlano con noi.

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Per molti allevatori, vacche, capre o maiali sono “di casa”. Appartengono a una famiglia nella quale s’incontrano le genealogie umane e animali. Ma sono anche animali “da compagnia”, in quanto compagni dei loro allevatori. Animali che condividono la loro vita quotidiana.

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La frattura del legame
Il costante ingrandimento degli spazi riservati all’allevamento e il numero crescente di animali di cui si devono occupare gli allevatori portano oggi, tuttavia, a un sempre maggiore distacco, quasi a una frattura del legame.

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Il Presidio del Fatulì della Val Saviore intende legare la produzione del formaggio al recupero e alla salvaguardia della capra bionda dell’Adamello contribuendo così al mantenimento di una economia locale fondata sull’allevamento e la produzione casearia che, pur rappresentata da piccoli produttori, è di fondamentale importanza per il territorio.

I nostri concittadini non sanno più bene che cosa sia l’allevamento. Molti non sanno che perché una vacca produca il latte bisogna che abbia un vitello. E che, quindi, bere latte equivale indirettamente a mangiare del vitello o del capretto o dell’agnello… o farlo mangiare ad altri. Molti non conoscono il collegamento tra uova e gallina. Ora, mangiare uova, è, in sostanza, mangiare gallina. Molte persone si dichiarano vegetariane pur consumando uova, latte e formaggio… […]. La maggior parte dei nostri concittadini ignora che cosa sia l’allevamento e che cosa sia un animale da allevamento; in generale, sembra ignorare anche che gli animali da allevamento sono animali domestici.

Il nostro rapporto con gli animali da allevamento e, più in generale, con gli animali domestici oggi è dunque molto confuso. Potremmo accontentarci e, nel migliore dei mondi che ci potrà capitare, lasciar fare alla selezione (quasi) naturale. Gli animali da allevamento, e l’allevamento stesso, sono in via di estinzione. E dunque? Per un verso, il problema è che di questa estinzione nessuno pare accorgersi: né i professionisti del settore né i semplici cittadini. La perdita rimane impercepita perché non sappiamo che cosa stiamo perdendo. Per un altro verso, l’allevamento non si limita alla mera produzione di carne e di uova, alla manutenzione dei prati o alla decodificazione dei genomi. L’allevamento non si riduce alla sua logica produttiva. È un tassello della nostra cultura, un tassello della nostra storia. Della storia degli uomini e degli animali. La nostra storia insieme».

Vivere con gli animali – Un’utopia per il XXI secolo
di Jocelyne Porcher
Slow Food Editore, 2017
Nel nostro mondo radicalmente artificializzato e industrializzato soltanto gli animali, che ci ricordano che cos’è la natura, ci possono aiutare a recuperare la nostra umanità. In tema di bestie che servono alla produzione del cibo le reazioni oggi sono le più varie: dall’indifferenza alla poca consapevolezza, dal diffondersi del vegetarianesimo e veganesimo come reazione contraria a un sistema che effettivamente sfrutta spesso gli animali in maniera sconsiderata.
Che cos’è l’allevamento? C’è differenza tra le “produzioni animali”? Che danni fanno i sistemi industrializzati? Sarà necessario liberare gli animali come sostengono molti filosofi e integralisti?
Rispondendo a queste domande l’autrice spiega come la capacità degli uomini di coesistere pacificamente dipenda dalla loro capacità di vivere degnamente e in pace con gli animali. E perché salvare l’allevamento dal suo assoggettamento ai sistemi industriali può essere una delle più belle utopie del XXI secolo.

Cheese è un evento di Città di Bra e Slow Food. Per scoprire tutto quel che facciamo visita il sito www.slowfood.it

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