La più bella utopia – Un legame che ci alleva tutti

Per la prima volta in Italia, il documentario di Oliver Dickinson, ispirato al libro di Jocelyn Porcher, Vivere con gli animali, apre la rassegna Cheese on the Screen organizzata da Slow Food in collaborazione con i cinema di Bra.

L’industrializzazione ha indirizzato l’allevamento verso i grandi numeri delle stalle sovraffollate e l’utilizzo esclusivo di macchine. Ma c’è chi come Laure, Nicolas e Annabelle ha scelto un modo diverso di allevare, che garantisca un’esistenza più dignitosa agli animali, dall’inizio alla fine della loro vita. I loro sforzi sono ricompensati dal legame denso di significato che intessono con i loro animali: un legame che ci alleva tutti.

Proprio da questa relazione e dalla storia di questi allevatori parte il nuovo documentario del regista franco-inglese Oliver Dickinson, Un lien que nous élève, che racconta attraverso le immagini la filosofia racchiusa nel saggio di Jocelyn Porcher, Vivere con gli animali.

È SOLTANTO UN’UTOPIA?

Nel nostro mondo radicalmente industrializzato soltanto gli animali ci possono aiutare a recuperare la nostra umanità. Secondo il regista, la capacità degli uomini di coesistere pacificamente dipende dalla loro capacità di vivere degnamente e in pace con gli animali. E per questo, salvare l’allevamento dal suo assoggettamento ai sistemi industriali può essere una delle più belle utopie del XXI secolo.

In realtà, non è la prima volta che Dickinson sceglie di raccontare storie alternative. Partendo dalla Francia con Caring for the Lagoon (2008) o Harvesters of the Bay (2013), fino ad arrivare ai Caraibi, con The Forgotten District (2011), il fil rouge dei suoi documentari è proprio la forza di chi rema controcorrente per cercare di salvaguardare il pianeta e i suoi abitanti.

A Cheese 2019, il documentario sarà presentato per la prima volta in Italia e aprirà la rassegna cinematografica Cheese on the Screen venerdì 20 settembre alle 20, presso il Cinema Vittoria di Bra.

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Nei tuoi documentari, scegli sempre di raccontare la storia di persone coraggiose, si potrebbe dire un po’ controcorrente, come se volessi rendere ogni volta omaggio ai loro sforzi per fare la differenza in un mondo dedicato all’autodistruzione. Perché questo fil rouge?

In effetti, vorrei rendere omaggio e dare voce ai valori, alle iniziative, alle scelte di vita, alle professioni che mi toccano e spesso non hanno voce. Ammiro il coraggio delle persone che racconto, la loro determinazione a vivere e difendere una certa libertà, un’utopia dell’essere umano e della natura, alcuni diranno, in un mondo che rischia di sprofondare nell’individualismo, nel consumo eccessivo di cibo, nell’esagerata tecnologia, nell’energia negativa…. Di solito faccio film ottimisti, perché ho bisogno di crederci. Ed è importante, come regista, documentare queste azioni, questi periodi di umanità (!) per raggiungere il maggior numero possibile di persone, mantenendo una traccia “antropologica”.

Perché hai scelto di affrontare il tema del benessere animale in un documentario e come hai scelto i protagonisti?

Sono un amante degli animali da quando ero bambino. Quando ero ragazzo, volevo fare il veterinario. La loro sofferenza e il loro benessere mi toccano profondamente. Poi, nel corso degli anni, mi sono appassionato al cinema, alla fiction e al documentario, fino al giorno in cui ho pensato di poter combinare entrambi gli elementi: film/documentario e la difesa della natura e/o degli animali. Dopo aver studiato cinema e un decennio di vita urbana a Nantes, la mia vita personale mi ha portato all’Aveyron, un dipartimento francese molto rurale dove l’allevamento del bestiame è culturalmente radicato.

Ho anche deciso di produrre un documentario su un gruppo di agricoltori locali, Des locaux très motivés. E tra questi agricoltori, c’erano i pastori. Sono riuscito a scoprire un tipo di allevamento contrario all’allevamento intensivo, che è prevalente in Francia. Sono stato rassicurato e molto ispirato fino a quando, due anni dopo, ho voluto realizzare un lungometraggio: Un lien que nous élève. Sia chiaro, sono onnivoro, pur essendo preoccupato per il rispetto degli animali e della natura. E il documentario cerca anche di rispondere alla domanda di come posso consumare secondo i miei valori.

A differenza di molti produttori, i contadini che ho potuto incontrare (senza necessariamente filmare) hanno una priorità diversa da quella puramente finanziaria. Svolgono la loro professione ispirati soprattutto dalla necessità di vivere e lavorare con gli animali e l’ambiente naturale che li circonda. Per il documentario, volevo dimostrare che era possibile trovare un allevamento simile ovunque in Francia. Così ho fatto un casting per circa sei mesi. I miei “protagonisti” dovevano essere persone appassionate che avevano un forte legame con i loro animali, che li rispettavano. Le riprese sono durate circa un anno. Credo anche, come indica il titolo, che questo contatto con l’animale ci alleva, ci fa crescere, ci rende migliori. È necessario preservare questo legame ricco di significato, così come i mestieri che lo mantengono vivo.

Quale ruolo può svolgere l’arte, sia essa cinema, pittura, teatro o letteratura, nella difesa di un rapporto equilibrato con gli animali? Cosa può fare per l’ambiente, per il pianeta?

Il cinema può essere molto utile perché può toccare, motivare, interrogare. Storicamente documenta iniziative che restano spesso nascoste o vengono sottovalutate dai media tradizionali. Senza voler criticare il movimento vegano, per esempio, mi rendo conto dalle mie proiezioni che alcuni spettatori scoprono una realtà che spesso viene percepita come passata o impossibile. Ho notato per anni che l’immagine “ufficiale” dell’allevamento (quella più diffusa nei media) è quella dell’industrializzazione intensiva, dove gli animali sono rinchiusi in gabbie, maltrattati, sfruttati come oggetti, immagini che sono spesso e purtroppo vere.

Ma noto anche che, oltre alla “soluzione vegan”, non ci viene data nessuna alternativa. Di tanto in tanto, persone di tutte le diete mi dicono alla fine del film: “Non lo sapevamo! Grazie”. Come artista attivista, potrei dire, penso che sia nostro dovere esporre le ingiustizie, ma anche i possibili “rimedi”, le soluzioni, le alternative (esistenti o previste) prima che sia troppo tardi. Proporre un’altra visione, condividere il più possibile le nostre esperienze ed emozioni, per avvicinarsi a un equilibrio più giusto, più sano, più vivo.

Quale sarà il tema del tuo prossimo documentario?

Top Secret! Per varie ragioni, non rivelo mai in anticipo i miei soggetti futuri. Ma sarà senza dubbio lo sviluppo di un elemento presente in questo film. Ci vediamo nel 2021!

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di Annalisa Audino, a.audino@slowfood.it

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