Apriamo i Libri viventi, ascoltiamone le storie

I Libri viventi sono organizzati nell’ambito del progetto Food is Culture.

Storie affascinanti di migranti provenienti da tutto il mondo.

C’è Thérèse Theodor, haitiana con residenza genovese da oltre 30 anni. Il suo home restaurant e il suo catering a domicilio sono ormai un’attività di successo a Genova ed è tutto merito del suo talento in cucina. Come Thérèse, anche Ana Cecilia Ponce gestisce un ristorante, «la sua rivincita» dice. Il suo viaggio verso l’Italia dal Perù è la storia di tante altre donne peruviane e la sua esperienza è un esempio per chi ancora non ce l’ha fatta. Essediya Magboul invece arriva dal Marocco: la cucina è la sua passione, fin da bambina, e il progetto Le Ricette del dialogo le ha permesso di ricostruirsi una vita in Italia.

Andreea Luminita Dragomir, invece, è la vincitrice del Premio Speciale Slow Food-Terra Madre nell’ambito della XIV edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre. È nata a Oradea (Romania), è una mediatrice culturale, amante della cucina e scrittrice di racconti e poesie. «Vivo in Italia da 11 anni – racconta – e con i miei racconti voglio trasmettere i profumi, i colori e i ricordi della mia infanzia e della mia terra ma non solo. Vorrei che le mie parole diventassero un ponte che unisce il passato al presente, una vita in continuo mutamento».

Igor Stojanovic e Mor Samb

Anche Luisa Zhou ha vinto il Premio Speciale Slow Food-Terra Madre (XI edizione del Concorso Lingua Madre), assegnato alle autrici straniere di racconti maggiormente ispirati ai temi del cibo e della sua produzione. «Sono nata a Torino da genitori originari di un piccolo villaggio della regione di Zhejiang, nella Cina meridionale, e, a differenza degli altri qui, conosco bene le difficoltà legate all’appartenenza a un luogo per chi è nato lontano dalle proprie radici».

E poi c’è Klevisa Ruçi, giovane albanese di 26 anni, Liban Abdullahi Abdi che arriva dalla Somalia, Igor Stojanovic, che cerca di diffondere la sua cultura Rom,  e Mor Samb, cittadino italiano da 20 anni, ma di origine senegalese. Ma non solo.

Queste sono solo alcune delle storie che si incontrano a Cheese 2019 nella biblioteca vivente di via Audisio, realizzata nell’ambito del progetto Food is Culture, promosso da Slow Food in partnership con altre quattro organizzazioni europee (Kinookus,Transpond AB, Nova Iskra Creative Hub e Europa Nostra), co-finanziato dal Programma europeo Europa Creativa e con il contributo della Fondazione CRC.

Ana Cecilia Ponce

Chi si ferma incuriosito, talvolta anche un po’ intimorito da questo format non così usuale, scioglie subito ogni dubbio quando il racconto inizia. Seduti l’uno di fronte all’altro, il visitatore e i migranti hanno a Cheese l’occasione per dialogare e confrontarsi senza barriere sulle proprie tradizioni culinarie e i percorsi di vita. Parlare di cibo, infatti, implica anche narrare le mille relazioni che da esso derivano: relazioni con paesi lontani, con nuove case e con le persone incontrate lungo la strada.

Dal 2014 Slow Food lavora con le comunità migranti, valorizzando i saperi tradizionali legati ai loro paesi di origine, favorendo lo scambio tra comunità migranti e autoctone e avviando interessanti fusioni gastronomiche.

Numerosi sono i progetti portati avanti. Tra questi Le ricette del Dialogo attraverso il quale Slow Food e altre associazioni lavorano per rendere l’integrazione sociale e gastronomica un valore aggiunto sia per chi è arrivato nel nostro Paese che per chi già ci vive.

L’incontro Le ricette del dialogo: la strada dell’inclusione

Per chi è costretto a scappare dal proprio paese di origine, – ha spiegato Matteo Gnone, consulente in materia di integrazione presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e relatore dell’incontro Le ricette del dialogo: la strada dell’inclusione – il tema lavoro è uno dei temi centrali, ma non è il solo. C’è il tema della casa, dei documenti, della discriminazione. Non è per nulla semplice, eppure spesso è facile chiedersi perché dovremmo integrare, specie a livello lavorativo, i migranti rispetto ai nostri giovani, ai nostri connazionali. Le ricerche ci confermano che una buona parte dei migranti e dei rifugiati, comprese le persone sfruttate, hanno molte più difficoltà a essere inseriti in un contesto lavorativo e sociale. È difficile per loro veder riconosciute le loro competenze, i loro titoli di studio, le loro capacità. I richiedenti asilo spesso vengono ridistribuiti sui territori non sulla base di competenze, linguistiche e non, o in base alla residenza dei loro famigliari. Vengono ridistribuiti in maniera generica e quindi integrarsi diventa ancora più complicato. I costi economici e sociali per integrare queste persone non saranno mai troppi, anzi, sono un modo per risparmiare risorse future, perché se le persone verranno riversate per le strade, senza avere un aiuto per potersi creare possibilità di vita dignitosa, i costi per la nostra società saranno triplicati e soprattutto avremo perso grandiose opportunità di integrazione e crescita. Ecco, dunque, perché sono fondamentali i progetti portati avanti da Slow Food e dell’Università di Scienze Gastronomiche, ma anche da aziende come Inalpi: il cibo è un’ottima chiave di lettura oltre che un perfetto strumento di integrazione per iniziare percorsi che fanno del diritto alla dignità il cardine di ogni attività».

«Lavorare con i migranti non è semplice. – racconta anche Grace Aigbeghian, mediatrice culturale nigeriana  – Nel caso delle donne vittime di tratta molto spesso sono clandestine, hanno paura: spesso sono costrette a sottoporsi a dei rituali assurdi per cui non hanno il coraggio di denunciare, pur di proteggere le loro famiglie rimaste in Africa. Bisogna guadagnarsi la loro fiducia. Spesso attiviamo unità di strada anche due volte a settimana: raggiungiamo queste donne in strada, cerchiamo di conoscerle, capirle e soprattutto portarle in struttura dove vengono poi aiutate ad avere i documenti per vivere in Italia, accedere all’istruzione primaria (dalla lingua ad attività professionali) e a mantenersi in maniera legale e indipendente. Non è semplice, non dobbiamo credere che siano lì ad aspettarci, hanno paura. Tutti i progetti che possano aiutarci a dar loro un’opportunità, oltre che a riaccendere la loro speranza, sono fondamentali».

Ogni giorno la rete di Slow Migrants supporta cuochi, agricoltori, produttori di formaggio, apicoltori e tanti altri che coltivano la propria diversità nei paesi d’arrivo, avviando insieme lenti processi di adattamento e interessanti contaminazioni culturali e gastronomiche. Non mancano però anche aziende virtuose, come Inalpi, che da alcuni anni porta avanti, insieme all’Associazione Papa Giovanni XXIII, un progetto di integrazione lavorativa.

«Ad oggi – racconta Matteo Torchio, responsabile della comunicazione Inalpi – abbiamo avviato 16 inserimenti lavorativi. Questi percorsi prevedono 6 mesi di tirocinio, con attività diverse nei vari reparti dell’azienda, e poi la possibilità di ottenere un contratto di apprendistato, ovviamente teso all’assunzione definitiva. Questo percorso si è trasformato per l’intera azienda in un progetto che ha toccato l’animo umano di tutti. I ragazzi che abbiamo accolto hanno saputo mettersi in gioco, raccontandosi da un lato, ma dall’altro anche intraprendendo un percorso professionale completamente nuovo per loro e arricchendo tutta la famiglia Inalpi. Con Cheese e con il nostro contributo al progetto Le Ricette del Dialogo ci siamo resi conto di quanto la nostra filosofia sia simile a quella di Slow Food, sia per quanto riguarda l’integrazione, sia per quanto riguarda il valore del cibo».

Gli appuntamenti dedicati ai migranti che potete seguire a Cheese 2019 non sono terminati. Il 23 settembre alle 16 nello spazio Assopiemonte Dop & Igp Regione Piemonte ci concentriamo su una ricetta specifica: Erika Rodriguez e Billy Huaman sono una coppia di giovani peruviani, giovane coppia peruviana arrivata in Italia quasi vent’anni anni fa e attualmente residente a Barge, in provincia di Cuneo, offriranno un assaggio di piatti tipici andini che si potranno gustare in futuro nel ristorante che inaugureranno grazie al progetto Ricette del dialogo.

Slow Food ringrazia Inalpi per il sostegno offerto alle attività migranti a Cheese 2019.

di Annalisa Audino, a.audino@slowfood.it

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