La transumanza: una pratica viva

19 Agosto 2023

La transumanza è un’antica pratica pastorale che consiste nella migrazione stagionale del bestiame in tutto il bacino del Mediterraneo e in molte alte aree del mondo. Tra queste l’Europa continentale, il Sud e il Nord America, l’Africa, l’Himalaya, la Mongolia…

La transumanza è una tradizione che affonda le sue radici nella preistoria e che si sviluppa in Italia anche tramite le vie erbose dei “tratturi” che testimoniano, oggi come ieri, un rapporto equilibrato tra uomo e natura e un uso sostenibile delle risorse naturali.

La transumanza: parte del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità

Inserita nel 2019 dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, che ha riconosciuto il valore della pratica sulla base di una candidatura transnazionale presentata da Italia, Austria e Grecia, la transumanza è suddivisa in due tipologie: quella orizzontale, nelle regioni pianeggianti, e quella verticale, tipica delle aree di montagna. Il riconoscimento UNESCO evidenzia l’importanza culturale di una tradizione che ha modellato le relazioni tra comunità, animali ed ecosistemi. Una pratica che ha dato origine a riti, feste e pratiche sociali che costellano l’estate a l’autunno.

L’etimologia della parola

La parola transumanza rimanda a un movimento del bestiame. Nell’interpretazione più comune e semplice vi è quella che questa derivi dai termini latini trans (attraverso) e humus (suolo, territorio) anche se non possono essere escluse altre spiegazioni più antiche e suggestive (taru, nell’antica lingua accadica, significa per esempio “andare e tornare”).

Per transumanza, non può essere considerato il pascolo del bestiame se questo non comporta il trasferimento da una zona a un’altra. Questo trasferimento, però, deve avere una evidente regolarità e ripetitività sia nella stagione che nel percorso, perché, altrimenti, più che di transumanza si può parlare di nomadismo (che consiste semplicemente in una ricerca continua dei migliori pascoli). Inoltre, differenza ancora più rilevante, il nomadismo coinvolge, nello spostamento, tutta la comunità, al contrario della transumanza nella quale si sposta solo chi accudisce il bestiame.

La transumanza non è una pratica “reliquia”, ma un sistema zootecnico ancora presente e in alcune zone addirittura prevalente e non solo nella forma dell’alpeggio ma anche in quella del trasferimento orizzontale, come in Abruzzo, Molise e Basilicata. In queste regioni la transumanza bovina è particolarmente rilevante e si svolge ancora a piedi per distanze coperte anche in una settimana di tempo. In Italia sono tuttavia presenti anche dei casi di transumanza ovina nel Lazio, in Abruzzo, in Basilicata e nella Val Senales.

Il paesaggio dei tratturi

Il valore della transumanza va ben oltre le produzioni zootecniche, poiché presenta molteplici e diversi aspetti ed effetti che presentano elementi di valore culturale sia materiale che immateriale.

Tra i beni materiali legati alla transumanza ci sono sicuramente i paesaggi rurali e, tra questi, possono essere presi ad esempio i tratturi che, in ambiente mediterraneo hanno segnato e segnano vaste zone di paesaggio per la transumanza orizzontale di lungo raggio che implicava il trasferimento di centinaia di migliaia di capi. Questo trasferimento avveniva lungo percorsi consolidati che dovevano permettere al tempo stesso il passaggio e l’alimentazione di un numero così elevato di erbivori per cui, in diverse regioni, si è formata una rete di lunghe piste erbose, i tratturi appunto.

La conferenza: La civiltà della transumanza – 17 settembre, ore 15:00

La transumanza è una tradizione millenaria, ma anche una pratica viva per il territorio italiano e per il suo patrimonio caseario, storico e culturale.

Date le loro dimensioni (100 passi napoletani ovvero 111 metri di larghezza), i tratturi caratterizzano (o meglio per molti tratti caratterizzavano) il paesaggio nelle zone attraversate. Oggi, con il declino della pastorizia, rimangono solo poche porzioni integre di quella che fu una fitta rete di percorsi che, attraversando il Molise, connettevano l’Abruzzo con il Tavoliere. Dove si è conservato, il paesaggio dei tratturi è di particolare suggestione. La stessa suggestione, anche estetica, si può trovare nel paesaggio determinato dalla transumanza verticale dell’alpeggio, dove la presenza di malghe, prati e pascoli, frammentando il panorama, ne aumenta la varietà e la bellezza.

La cultura della transumanza

La transumanza ha prodotto anche una cultura – gastronomica e non solo – che non è solo quella tecnica/sapienziale relativa alla gestione degli animali, dei pascoli e alla trasformazione dei prodotti, ma comprende tanti altri aspetti tant’è vero che si parla di civiltà della transumanza. Tra i molteplici esempi vanno sicuramente ricordate le particolari esigenze organizzative e la disponibilità di alimenti che hanno prodotto una specifica cultura gastronomica.

Le tradizioni culinarie della transumanza a volte non sono del tutto perse, poiché alcune di queste preparazioni hanno superato il mondo pastorale e sono state fatte proprie da diversi ristoranti e sono diventate oggetto di numerose sagre e, in altri casi, piatti rappresentativi della cultura gastronomica italiana.

La biodiversità della transumanza

Nelle diverse realtà geografiche interessate dalla transumanza, questa pratica nelle sue varie forme è stata per secoli attività fondamentale per il suo ruolo polifunzionale, produttivo, sociale, ecologico, culturale. Sull’allevamento transumante e sui relativi commerci era centrata la vita economica di molti territori. A questa attività si deve la costruzione di veri e propri “paesaggi”, costituiti anche da prati, pascoli e da gli insediamenti umani a essi connessi.

Quelli della transumanza sono paesaggi culturali creati dall’uomo a seguito di pratiche secolari. Sono paesaggi che hanno subìto un’evidente trasformazione per la riduzione degli allevamenti e l’intensificazione produttiva di quelli restanti. Ma, sebbene la pastorizia sia stata profondamente ridimensionata dalle dinamiche di spopolamento delle aree montane e interne, a essa va comunque riconosciuta la funzione di manutenzione di molti habitat naturali e di conservazione della biodiversità. Tale pratica è stata infatti una delle più efficaci tecniche di sfruttamento dei pascoli stagionali e montani e, al contempo, di selezione di animali robusti, efficienti, resilienti e di facile allevamento.

di redazione, [email protected]

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