Un nuovo modo di guardare ai territori: sostenibilità e comunità

Cheese è naturale, è formaggi, è latte crudo. Un formaggio però significa anche territorio, tradizione, sapienza e comunità.

Ecco allora che diventa spontaneo chiedersi come valorizzare e promuovere prodotti in via di estinzione o aree marginali?

Tra le risposte il turismo o la ricollocazione di alcuni progetti, come i Presìdi Slow Food, all’interno di una rete di luoghi abitati, vivi. Ne abbiamo parlato negli scorsi giorni raccontando Slow Food Travel – ultimo progetto di casa Slow Food – e incontrando diversi ecomusei italiani che da anni collaborano l’associazione. Tutto nello spazio Assopiemonte Dop & Igp – Regione Piemonte.

SLOW FOOD TRAVEL: METTERE A MODELLO UN SISTEMA
«Un’attività turistica significa gestire la vita di persone in una parentesi di tempo che trascorrono lontano da casa», spiega Giovanni Perri, docente e consulente esperto di turismo. «Slow Food Travel ha un’occasione imperdibile: attraverso il cibo deve far vedere geologia, arte, produzioni culturali, sociali ed economiche. Il turismo del cibo è prima di tutto terroir, non può essere la sola degustazione ma conoscenza attraverso le storie del territorio vissute da vicino. La sostenibilità del turismo si ritrova nella capacità che i territori hanno di suscitare nel visitatore un pensiero critico positivo. In definitiva sostenibilità e qualità turistica si realizzano attraverso le pratiche ma soprattutto attraverso l’essere stesso delle persone che gestiscono l’offerta turistica».

«Slow Food Travel vuole essere un modello nuovo», fa eco Michele Rumiz, responsabile Slow Food per Slow Food Travel. «Oltre a Carinzia e ai due territori in Piemonte – realizzati grazie al contributo della Compagnia di Sanpaolo – nasceranno altre destinazioni in giro per il mondo, nei posti più diversi seguendo gli stimoli che ci vengono dalla rete di Slow Food nel mondo, per esempio nel Vallese in Svizzera e in Azerbaijan».

«Molti Presìdi sono nati con gli ecomusei», spiega Giuseppe Pidello, ecomuseo Valle Elvo e Sella. «e il progetto di Slow Food Travel nelle montagne biellesi si è sviluppato coinvolgendo piccoli produttori e attività ricettive attraverso progetti di formazione sulle filiere produttive e sulle esperienze turistiche, sulle esplorazioni del paesaggio».

Per Giulia Rolanda, invece giovane produttrice delle Valli dell’Alto Tanaro, «Slow Food Travel ci ha permesso di conoscerci e di comunicare tra noi. Molte strutture ricettive hanno cominciato a inserire nei menu e nella loro offerta i nostri prodotti, prima non succedeva spesso. Ci siamo un po’ svegliati, abbiamo approfondito la consapevolezza che ce la possiamo fare».

LA RETE DEGLI ECOMUSEI E LA COLLABORAZIONE CON SLOW FOOD
L’esperienza degli Ecomusei nasce in Francia negli anni ‘70 e vengono riconosciuti ufficialmente per la prima volta in Italia dalla Regione Piemonte nel 1995 e oggi nel nostro paese hanno costruito una rete nazionale. Un ecomuseo esiste laddove esiste una comunità attiva, un patrimonio locale da valorizzare, prodotti alimentari, paesaggi, testimonianze orali. E in questo percorso, Slow Food ha iniziato a essere interlocutore naturale per avviare attività e nuovi progetti. Ne abbiamo parlato a Cheese in occasione dell’incontro presso lo stand della Regione Piemonte Gli ecomusei per il territorio. Da presìdi a luoghi abitati.

Stiamo parlando del Presidio del pan di sorc, ad esempio, avviato grazie al progetto del museo diffuso partecipativo delle acque del gemonese, in provincia di Udine. «Il nostro progetto si è concentrato sulla filiera agroalimentare di un pane tradizionalmente fatto con tre tipi di farine diverse – di cinquantino, frumento e segale – con l’aggiunta di fichi e uvetta perché era il pane delle feste. Abbiamo coinvolto agricoltori, mugnai, panificatori e agriturismi del territorio», racconta Maurizio Tondolo. «Esperienza simile quella del secondo Presidio avviato con Slow Food, le latterie turnarie. Le realtà degli ecomusei sono dinamiche, in continua evoluzione e per far sì che siano effettive è necessario avere comunità che siano presenti e vive sul territorio».

Gli ecomusei collaborano con Slow Food anche su progetti di turismo sostenibile, come Slow Food Travel e ci chiedono di «ragionare sulla questione dell’accoglienza che, a volte, oggi è parola persino troppo abusata», continua Nazarena Lanza, responsabile dei progetti di Slow Food in Africa del nord e di Slow Food Travel Valli biellesi. «Ci siamo quindi chiesti quale potesse essere la vera accoglienza e abbiamo provato a rispondere con le esperienze di Slow Food Travel, ora attivo nelle Valli dell’Alto Tanaro, nelle montagne biellesi e in Carinzia, Austria. Ciò che accomuna Slow Food con gli ecomusei è la presa in carico della cura del territorio, la capacità di rendere accogliente un luogo e rendere accogliente un luogo significa riuscire a trasmettere una passione per quello che si fa e per il luogo in cui si vive e si abita».

Un altro esempio complesso di interazione tra prodotto, paesaggio e popolazione sono le aree terrazzate. «Senza prodotti e produzione il paesaggio terrazzato non esiste», prosegue Donatella Murtas, dell’Alleanza mondiale per i paesaggi terrazzati. «Nell’immaginario comune le aree terrazzate sono alle Cinque Terre, a Pantelleria, lungo la Costiera amalfitana ma in realtà in Italia esiste una grandissima parte del territorio destinata a terrazzamenti, laddove esistono terreni con forti pendenze. Lavorare queste aree sembra quasi una follia: i terrazzi spesso sono molto stretti, la meccanizzazione è minima, molto specializzata ed è estremamente difficile. Per questo, per far sì che i paesaggi terrazzati continuino a essere vive, è necessario dare il giusto valore ai loro prodotti: vino, olio, cereali, verdura, frutta, piccoli pascoli (di norma capre e pecore). Deve cambiare quindi la narrazione: non più luoghi di fatica e del passato ma luoghi di possibilità e di potenzialità in cui esiste una comunità che continua a vivere queste terre. Il Presidio del dolcetto dei terrazzamenti della valle Bormida ne è un esempio».

CONDIVISIONE E PROMOZIONE DEL TERRITORIO
Condivisione, dopo comunità e sostenibilità, è l’altra parola chiave. E la porta nella discussione Mauro Bernardi, a nome degli ecomusei della valle Stura, valle Grana, alta valle Maira e valle Gesso. «Siamo partiti dai quattro prodotti tipici di ciascuna vallata – che hanno definito l’identità visiva del progetto – e abbiamo iniziato a incontrare chi il territorio lo vive, ristoratori, agricoltori, cittadini, per condividere modelli di sviluppo che possano incentivare l’abitabilità delle cosiddette aree marginali».

L’esperienza toscana invece è rappresentata dall’ecomuseo del casentino che si è concentrato soprattutto sull’organizzazione di manifestazioni locali sostenibili. «Abbiamo lavorato sulle sagre locali dove si spesso si consumano prodotti di scarsa qualità e dove c’è poco rispetto per l’ambiente, in genere», dice Andrea Rossi. «Abbiamo così creato un marchio di riconoscibilità, la festa saggia, e messo a punto feste che diano il senso dello stare insieme, che eliminano la plastica, e che consumino prodotti che il territorio offre».

«Abbiamo bisogno che questi prodotti esistano non solo per la loro qualità organolettica ma per un discorso che va bene oltre il cibo e che attiene alla vita di tutti noi», così tira le conclusioni Silvano Valsania, rete degli ecomusei del Piemonte. «In primo luogo perché esiste un fortissimo legame con il territorio di produzione, le comunità che lo vivono. Non si tratta di un mero riferimento territoriale ma di un vero e proprio humus in cui i bambini crescono e a cui gli adulti attingono; quindi perché si tratta di prodotti della consuetudine e hanno recepito tutti quegli approcci che sono stati utili e che sono diventati sapere diffuso. E infine perché sono essi stessi risposte resilienti, forme di resistenza a fenomeni epocali come lo spopolamento, la desertificazione e via dicendo. Si tratta di veri e propri meccanismi attuati dalle comunità stesse per sopravvivere».

Tutto questo quindi per dire che è possibile vivere le aree marginali a patto che restino le comunità e che siano vive, diversamente i territori diventano mere scenografie.

di Eleonora Giannini, e.giannini@slowfood.it

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